Disclaimer: questo post forse sarà un po’ disordinato, perchè difficile è per me mettere ordine al suo contenuto. L’ho scritto di getto, come è venuto, per riassumere un periodo di silenzio prima di ripartire di nuovo.
Sono passati più di due mesi dall’ultimo post, due mesi che si sono affacciati alla mia esistenza come un tornado e hanno sparigliato tutte le carte. Così fa la vita: un soffio di vento quando pensi che il tuo castello sia solido, tutto va all’aria e devi capire cosa è rimasto in piedi, cosa va ricostruito.
Due mesi in cui ho perso e ho guadagnato.
Ho sempre pensato che a definirti non sia ciò che ti accade nella vita ma ciò che fai con ciò che ti accade e allora quando sei travolta dal dolore cerchi comunque di tirare fuori delle risorse, di imparare qualcosa, di misurarti. Due mesi nei quali mi sono affacciata a dei lati davvero oscuri di me stessa e mi sono vista fare, con un sangue freddo che non pensavo di avere, ogni tentativo per tenere in vita, in sicurezza, tutte le persone che non volevo lasciar andare. Ci sono però battaglie che si perdono in partenza, non basta essere bravi, non basta fare tutto bene, bisogna imparare la più grande lezione di tutte: abbandonare il controllo.
“È curioso come io sia dovuta rientrare in Italia per perdere due figure che per me erano come delle radici qui” ho detto alla mia terapeuta, che di curioso non trovava proprio nulla.
Milù se ne è andata una notte di Febbraio. Ho dovuto scegliere: avevo fatto tutto il possibile, mi ero riscoperta così determinata a vedere se c’era ancora tempo, se potevo proteggere lei (o meglio me) dall’irreparabile, che ho pagato un prezzo carissimo. Siamo state io e lei fino all’ultimo, nella mia casa, da sole: ero stremata, lei pure. L’ho tenuta nel lettone con me per due giorni, accarezzandole la testina come ho fatto per 20 anni, affondando il mio viso tra i suoi riccioli. Le ho ripetuto mille volte quanto l’avessi amata e fosse stata speciale per me. Non si può spiegare. Non c’è un modo giusto, ma l’amore che ci ha legate mi ha portata a fare LA scelta di lasciarla libera. Sono seguiti giorni di nero assordante, fitto e denso. Poi un pensiero di luce si è fatto strada. Le avevo chiesto per tutti questi anni di aspettarmi: l’aveva fatto. Ne sono stata tanto grata.
Ci ho messo due settimane buone a ritrovare un po’ di pace, il tempo esatto per prepararmi al secondo scossone. Ero immersa nell’acqua della mia piscina termale preferita quando è arrivata la telefonata. Forse l’aspettavo perchè avevo il cellulare con me, posato a bordo vasca. Stavo lì a farmi cullare dall’acqua calda, proprio l’acqua che è sempre stata il mio elemento e rifugio, e guardavo in su, verso una stellata pazzesca. In quella serata gelida io ascoltavo parole alle quali avevo provato a prepararmi, illudendomi fosse possibile farlo. Era la sera prima del mio compleanno e ora lo sapevo per certo: non avrei più sentito la voce di nonna dire “Buon compleanno tesoro, esprimi un bel desiderio, ricordati che l’importante è che tu sia felice. Ti voglio bene, un bel bacione”. Lo diceva tutti gli anni, da sempre.
Una settimana dopo la mia casa era tappezzata di cose sue, aprivo le sue borsette e trovavo tracce: i fazzoletti ricamati con le G, le sue adorate mentine, una forcina, un piccolo porta monete. L’ho sentita vicina, neanche come nonna, proprio come donna. Ci ho messo quasi un mese a trovare una collocazione alle sue cose, ogni volta che le prendevo tra le mani sprofondavo nello sconforto e lasciavo perdere. E per tutto quel mese le sue rose sono rimaste perfette sul mobile del mio salotto. Non ho mai visto delle rose durare così tanto: prendevano tempo, come me, come lei, come la vita, come il mio cuore che doveva guarire.
Tra meno di due settimane sarò su un aereo che attraverserà l’oceano per riportarmi a casa. Sono in ritardo di quasi due mesi sul mio piano originario e volerò con una valigia vuota, ma con un bagaglio interiore sicuramente fuori dal peso massimo consentito.
Questi mesi mi hanno portato via tanto, ma mi hanno anche donato tanto.
Ho scoperto di avere una forza che non pensavo di avere e una capacità di gestire le emergenze con una sorta di pilota automatico che può tenere al sicuro tutti (o almeno provarci). Ho scoperto di avere una rete di sicurezza nelle mie amiche, che non hanno lasciato la mia mano - fisicamente o virtualmente - un solo attimo. Ho scoperto che a volte nella vita sembra che tu perda qualcosa, ma se non ti fermi lì potresti accorgerti che si sta solo creando spazio per qualcosa di nuovo. Ho scoperto che sono cresciuta e ho imparato a vivere i lutti senza rabbia o attaccamento, ma con amore, tenendo stretti a me i ricordi felici e lasciando andare la materia.
Ora però devo tornare a casa, perchè ho bisogno di tuffarmi nel caos della mia città. Ho bisogno di sentire l’energia di New York e le ali ai piedi. Ho bisogno di ritrovare me stessa, di capire chi sono ora e - se è vero che nessuno se ne va mai davvero, ma vive nel cuore di chi l’ha amato- di portare con me, nella città che non dorme mai, anche il mio batuffolo canino e la mia amata nonna.




Greta sono parole fortissime, che arrivano dritte al cuore. Sei riuscita a interiorizzare le cose brutte che ti sono capitate. Ora puoi tornare nella tua città con la consapevolezza di aver fatto tutto❤️
Grazie per aver condiviso questa parte della tua vita.. Ci vorrà tempo per guarire, sicuramente New York sarà la tua medicina❤